Ora sono vegetariano

Ora sono vegetariano: non mangio carne, non mangio pesce. È stata una scelta per nulla seria, quasi l’inizio di un gioco: qualcuno mi ha consigliato di cambiare la mia dieta ed io ho seguito il consiglio. Ho visto alcune persone irrigidirsi intorno a me, altre mi hanno preso in giro, mia nonna ha rischiato di diventare isterica, e comunque quasi tutti mi hanno chiesto il perché di questa scelta.

Ho dato a tutti risposte diverse, faceva parte del gioco, non mi è mai mancato il prosciutto, o la frittura di pesce, e se a volte ho trovato un pezzetto d’acciuga nel mio piatto l’ho mangiato con gusto, così come non ho mai rifiutato di mangiare se chi mi ospitava non conosceva le mie abitudini. La mia salute è migliorata parecchio, devo dire, forse ciò che ancora mi infastidisce sono le domande della gente, c’è chi pensa che tu abbia qualche problema, o forse credono che tu li stia giudicando mentre mangiano la bistecca o si affettano il salame, c’è chi la giudica una scelta troppo di parte, l’uomo è onnivoro, dovrebbe mangiare di tutto, e c’è chi dice che anche l’insalata è un essere vivente a tutti gli effetti, e dunque anche un vegetariano uccide, proprio come i carnivori.

Ognuno dice la sua, ormai ho collezionato decine di opinioni, e devo ammettere che ognuna merita di essere detta; tuttavia non c’è mai stato per me qualcosa di definitivamente razionale in tutto questo, per cui non mi sentivo di controbattere, di spiegare ragioni e riflessioni di una scelta. Sono vegetariano, punto. Un po’ come dire, sono magro, sono alto, sono italiano, sono timido.

Tuttavia talvolta mi viene voglia di discutere, entrare nella polemica e alzare un po’ di polvere quando le cene durano troppo. Sì, sono vegetariano, beh, sai, è stata una scelta che ho fatto, un discorso di salute, sì, sono d’accordo anch’io che l’insalata è un essere vivente, anzi, direi che è molto più viva della tua scaloppina, hai notato che se la metti a bagno si riprende per così dire, diventa più turgida? E hai notato che se pianti un fagiolo quello fa il germoglio e poi nasce una pianta di fagioli? Chissà se qualcuno ci ha mai provato con una scaloppina… evidentemente mi nutro di cose vive, penso molto più vive del pesce e della carne, che invece sono decisamente morti, per non dire in putrefazione, visto l’odore che fanno dopo un giorno o due, mi piace pensare che mangio quasi solo cose vive, e che questa vita entra in me mentre le mangio, rientra in circolo, per così dire, non è vita sprecata, se mi mancano le proteine? Se sono dimagrito? Se ho cali di pressione? Se sto male? No, sto abbastanza bene, grazie, e ultimamente mi sono passati anche i miei mal di testa.

Vi sono anche ragioni metafisiche per cui non mangio animali, sono ragioni un po’ deboli per una mente occidentale, un po’ ingenue, e invece vi è una ragione filosofica che piace moltissimo agli intellettuali. Quando mangiavo una bistecca vedevo nel mio piatto una forma di bistecca, proprio così, niente a che vedere con la mucca da cui era stata presa. Quando mangiavo il coniglio lo prendevo da una casseruola piena di pezzi di coniglio, cosce, petti, ossicini, piccole file di costole. Quando mangiavo il pollo arrosto indovinavo ancora la forma dell’animale da cui proveniva, anche se ora era senza testa, senza zampe, senza piume, e decisamente arrosto. C’era insomma un confine decisivo tra ciò che mi mettevo in bocca e la sua provenienza, e non solo perché io mi nutrivo di forme che non avevano più forma, come una bistecca, un hamburger di macinato, o una fetta di prosciutto, ma soprattutto perché mangiavo cose morte senza averle viste morire.

Questa consapevolezza mi ha colpito a rate nella mia vita, magari con la forchetta sospesa, un pezzetto di pollo alla marengo infilzato a mezz’aria, tentavo di recuperare la vita di quel pollo, di quel ruspante, che aveva vissuto, era nato pulcino, si era nutrito, si era forse accoppiato, era morto. Tentavo di recuperare la sua immagine osservando con la coda dell’occhio il mio pezzetto di pollo alla marengo, che già cominciava a gocciolare il suo sugo succulento al centro del piatto. Non ci riuscivo mai, e finivo per ricominciare a mangiare, perché il pollo alla marengo mi è sempre piaciuto un sacco.

Però questo fatto della vita, della vita che se ne va dalle cose, le cose che poi tu mangi, e non hai più contatto con quella vita, forse non l’hai mai avuto, mangi cose inanimate e non ti capaciti quasi che tra quelle polpe, quei nervetti, quelle pelli abbrustolite sia mai potuto scorrere un miracolo; questo fatto delle vita continuava a fare capolino. Da quelle sedute di autocoscienza durante i pasti, mentre tagliavo la fettina di vitello, o mi preparavo un panino con il salame, attimi di coscienza, un secondo in fila all’altro per anni, attimi di presenza, io di fronte a quelle vite irrecuperabili, alla fine ho raggiunto un gruzzolo sufficiente, e mi era infine chiaro il perché di tutti quei riti intorno all’uccidere e al mangiare, del perché gli indiani d’America rendessero grazie allo spirito dell’animale ucciso, del perché gli aborigeni australiani compissero meticolosi rituali prima della caccia, e stessero bene attenti a non sprecare neanche un grammo della carcassa dell’animale. Era un modo di tutelarsi di fronte alla vita, quella cacciata, uccisa e smembrata per altra vita, era un modo di comunicare, forse, con quella vita che si andava a spegnere, era un legame, per cui poi, addentando il costato dell’animale annerito dal fuoco, o il cuore ancora caldo, denso di sangue che palpitava ancora, era facile comprendere l’origine di quel nutrimento, e non era più un cibarsi di cose morte, ma un cibarsi della vita stessa.

Di fronte a questi ragionamenti, mi vedevo poi vagare in un grande supermercato, vicino al bancone della macelleria, vi erano file di sculture di carne, cilindri, stracci, fette squadrate, mucchi di costole, ossa, piccole teste dagli occhi neri e pieni, tutto era rosso, ancora più rosso per l’uso di speciali luci sui banconi, tutto tranne il pollame, che invece era livido, con macchie violacee qua e là, e quella terribile pelle di pollo, da far rabbrividire. Com’era possibile stringere di nuovo un legame con la vita, collegarsi ancora a quelle carni fino ai loro vecchi inquilini, forse abbandonando il supermercato e cercando conforto in una piccola macelleria di fiducia? No, l’unico modo, mi era chiaro, era recarsi presso un pastore, qualora avessi voluto carne d’agnello, scegliere un animale, portarlo a casa con gentilezza, accudirlo, abbeverarlo, accarezzarlo, e quindi sgozzarlo con un gesto che non gli causasse troppa sofferenza, e non prima di avergli chiesto perdono e avergli reso grazie per il nutrimento che andava a rappresentare. Quindi sarebbe stato giusto scuoiarlo, ripulirlo ben bene, farlo nei pezzi giusti e cucinarne ogni parte, mentre con la pelle avrei forse potuto fabbricare un tamburo, con cui suonare una danza in onore di quello stesso animale.

Da questo trampolino di  consapevolezza, ho spiccato un balzo da pulce verso il vegetarianesimo, un balzo feroce; il giorno prima mangiavo il pollo alla marengo, il giorno dopo mi cibavo di insalata,  e non è escluso, vista l’alternativa di andarsi a cercare l’agnello, accarezzarlo, sgozzarlo, cucinarlo e tutto il resto, che lo abbia fatto per pura pigrizia.

Nota: Dal 2013 non sono più vegetariano integrale, ma non ho ancora iniziato a cacciare.

Autore: Niccolò Angeli
Niccolò Angeli
Amo costruire ponti di significato tra l'antica saggezza e il futuro. Spesso lo faccio creando meditazioni e viaggi interiori per facilitare la guarigione, la consapevolezza e il risveglio. Tutti i miei contenuti in inglese li trovi su Kyrian.art.

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